27th June 2012

Cosmopolis

(David Cronenberg – Francia / Italia / Portogallo / Canada 2012)  

Com’e’ difficile attraversare una citta’ in subbuglio… Arrivera’ a sperimentarlo Eric Packer, che decide di andare da un capo all’altro di New York, per farsi aggiustare i capelli dal barbiere di famiglia, proprio nel giorno della visita del presidente degli U.S.A., in un giorno, cioe’, in cui le strade pulluleranno di manifestazioni e posti di blocco.

Gia’, ma Packer e’ il giovanissimo e ricchissimo boss di una holding finanziaria che intende percorrere il proprio tragitto a bordo della sua interminabile limousine. Cio’ lo candida a diventare a sua volta bersaglio dei contestatori anarchici che impazzano in citta’.

Il suo servizio di sicurezza scoprira’ anche che il boss e’ nel mirino di un attentatore, ma il giovane Eric optera’ per andare a infilarsi nella tana del lupo ed affrontarlo, non senza aver prima preso atto del crollo del proprio impero finanziario. E il periglioso viaggio attraverso la citta’ diventa viaggio simbolico…

“Visionario” e’ un aggettivo-chiave piu’ volte usato dai personaggi nelle fasi iniziali del film. Ma il lavoro non arriva mai ad essere visionario come avrebbe potuto, in quanto viene sommerso da dialoghi pedanti e rigidamente esistenziali che gelano tutto quanto, non permettendo lo svilupparsi di alcuna atmosfera onirica.

Colpa di una sceneggiatura ripetitivamente scandita dagli scambi tra Eric ed i suoi  collaboratori e consulenti tecnico-finanziario-zen che raccatta, tappa dopo tappa, sulla strada, personaggi modellati su squali-filosofi alla Zuckerberg e alla Soros, che non riescono mai, nei loro atteggiamenti verbosi, ad andare oltre il tic o la stilizzazione manieristica. Non va meglio negli inutili dialoghi con la giovanissima moglie, una poetica ereditiera sposata per convenienza politico-economica, dialoghi che costellano la traversata della Grande Mela.

L’Odissea al contrario di Eric finisce cosi’ in un naufragio cinematografico. Una grande occasione sprecata, dal momento che il film poteva contare sulla splendida base offerta dall’omonimo romanzo del 2003 di De Lillo, profetico nella rapresentazione simbolica del viaggio della odierna societa’ del Dio-denaro verso l’autodissoluzione.

Cronenberg si riduce ad una metafora ostentata e assai banale della distruttiva ansia da prestazione che regna in un mondo dominato dalla sfida con se’ stessi per il conseguimento del potere e della ricchezza come  valori in se’. Il flop e’ in parte dovuto anche alla debolezza dell’attore protagonista (Robert Pattinson), incapace di reggere sulle proprie spalle le sorti del film.

Le uniche note positive vengono cosi’ dalle ispirazioni extra-testuali, con alcuni rimandi (per quanto di segno rovesciato) all’atmosfera di film ben altrimenti vibranti quali I guerrieri della notte e 1997: fuga da New York.

In tal senso, va segnalato come corpo estraneo in questo film la splendida sequenza finale, che, con citazione consapevole o meno, non puo’ non far pensare (anche qui con segno rovesciato) a una delle sequenze finali piu’ belle della storia del cinema: quella de Lo stato delle cose. Come il regista di Wim Wenders riusciva a ritrovare il proprio produttore nascosto in una fetida roulotte, Eric scova il proprio persecutore in un palazzo fatiscente e maleodorante. Il duello dialettico ingaggiato tra i due regala allo spettatore una metafora della lotta tra il mondo della finanza e il mondo reale finalmente coinvolgente e credibile, sostenuto com’e’ da un Paul Giamatti strepitoso come non mai. Anche lui un corpo estraneo a questo film…

Luca Zoppi

 

 

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