21st March 2012

Magnifica presenza

(Ferzan Ozpetek – Italia 2012)

L’intreccio e’ semplice da spiegare. Il giovane Pietro, catanese trapiantato a Roma e aspirante attore, sbarca il lunario facendo i cornetti di notte in una pasticceria. Un bel giorno, trova la casa dei suoi sogni e la prende in affitto, ridecorandola e recuperandola al suo stile originale della prima meta’ del ‘900. Ma, ben presto, deve constatare che la casa e’ infestata da un gruppo di fantasmi che scoprira’ essere quelli dei componenti di una compagnia teatrale d’epoca fascista, sparita misteriosamente nel ‘43. Visibili e udibili solo per Pietro, credono di essere ancora in vita e di vivere ancora nel tempo in cui vissero. Tra un provino, il lavoro, la gestione di un legame nevrotico e morboso con la cugina e la ricerca dell’amore, il giovane instaura coi fantasmi un  rapporto di vicinanza che li sosterra’ fino alla scoperta di quello che fu il loro destino da vivi.

Semplice l’intreccio, dunque, ma stratificato il modo di trattarlo. Il primo strato e’ costituito dai molti modelli teatrali e cinematografici precipitati nel film. RiconosciamoSei personaggi in cerca d’autoreQuesti fantasmi, e poi The OthersFantasmi a Roma, per ricordare solo gli accostamenti piu’ immediati. Ma, nonostante tutti questi precedenti, e’ un film fresco ed originale, perche’ i modelli non sono riprodotti, ma piuttosto celebrati ed evocati, come capita quando vengono menzionati i nomi di Marlene Dietrich e Greta Garbo, che spirano tra brezze briose alla Almodovar e alla Capra.

Non si tratta di uno sterile e mummificato citazionismo del pantheon del regista, siamo piuttosto di fronte ad un sacerdote dell’allegra religione del cinema, che soffia nella sua creatura grazia, divertimento ed amore per la settima arte, portandoci, gag dopo gag e risata dopo risata, a solidarizzare col microcosmo di figure fragili che arriva a creare.

Fragili, perche’ lo strato sottostante alla patina di divertissement e’ intessuto di mille domande amletiche, che ruotano intorno a protagonista e comprimari. A cosa l’esistenza ci pone costantemente di fronte? Cosa e’ in grado di metterci in pace con noi stessi? Realta’ o finzione? Passato o presente? Vita o morte? Eterosessualita’ od omosessualita’? Cinema post-moderno o cinema retro’? Comico o drammatico?

I soliti vecchi dilemmi di Ferzan Ozpetek. Come al solito senza risposte nette, perche’ forse l’ambiguita’ e’ un valore, se ambiguita’ significa non pretendere che le proprie convinzioni siano dei dogmi per tutti quanti. Forse la verita’ piu’ vera non si esaurisce e non si irrigidisce nei dubbi binari e scorre come una vecchia pellicola cinematografica, che ogni tanto si inceppa, fonde, ma trova sempre il modo di arrivare a fine rullo, al punto in cui non si capisce cosa sia piu’ vero e veritiero tra  realta’ e finzione, entrambe ugualmente gioiose, ugualmente dolorose, ugualmente sacre.

E tutto senza drammatizzare, perche’ Ozpetek non vuole argomentare e moraleggiare, ma essere vicino ai suoi personaggi e ai suoi spettatori. Per questo ha deciso di essere leggero, divertente, ma soprattutto pervaso di calore e delicatezza, perche’ – sembra volerci dire – il cinema non e’ strumento d’arte, ma dell’arte di essere umani. Al di la’ di ogni ragionevole finzione e al di la’ di ogni ragionevole realta’…

Luca Zoppi

 

 

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