29th February 2012

La talpa

(T. Alfredson – Germania / Francia / Gran Bretagna 2011)

“La talpa”. Ovvero, una spy story secondo Thomas Alfredson. Ovvero, la “paradossale” negazione del film d’azione.

Gia’, perche’ il film di spionaggio del regista svedese sembra lavorare per spogliare il romanzo di John Le Carre’ di tutto cio’ – e non e’ molto – che abbia a che fare con ginnastica e sparatorie.

L’intreccio e’ facilmente riassumibile. L’anziano George Smiley, agente in pensione dei servizi segreti britannici, viene richiamato in servizio per scoprire chi sia la talpa che, dai piani piu’ alti del MI6, si presta al doppio gioco a favore del KGB sovietico. La lista dei sospetti si restringe a quattro agenti, il cui nome in codice e’ Calderaio, Sarto, Soldato e Spia (i Tinker Tailor Soldier Spy del titolo del romanzo). Potendo contare, in termini di fiducia, sulla sola collaborazione di un giovane agente, il vecchio Smiley arrivera’ alla verita’ portando avanti un’indagine intelligente, discreta, scrupolosa eppur  priva di scrupoli.

Ma, forse, “portare avanti” non e’ la definizione giusta, in quanto la sensazione che si prova seguendo le indagini di Smiley e’ quella di muoversi in un labirinto che ti sospinge in avanti per poi farti tornare indietro e farti trovare all’uscita avendo l’impressione di essere rimasto fermo.

Del resto, non poteva che essere questa la fisionomia di un’investigazione che non viene rappresentata attraverso pedinamenti, scontri e inseguimenti, ma dentro la mente, il cuore e la memoria del protagonista Smiley, che sa che la chiave di lettura del caso sta negli indizi sepolti nel passato, quando la nuova generazione di spie che s’impadroni’ del potere dentro i servizi, scalzo’ lui stesso ed il suo capo, in una lotta ingaggiata non solo col nemico d’oltre-cortina, ma anche con l’alleato americano e tutto il vecchio apparato.

Ne risulta un film giocato sui primi piani insistiti, sui flashback e sulle sequenze lente, che, per l’appunto, non evocano una progressione investigativa, ma un’indagine psicologica che scava e viene risucchiata dall’ego di tutti i personaggi coinvolti, sprofondati nelle loro ossessioni, nelle loro meschinita’, nella loro solitudine senza scampo, “raccontate” dentro interni claustrofobici e autoreferenziali anche quando la scena si sposta da Londra a Budapest e Istanbul.

Magistrale e emblematica la malinconicissima sequenza in flashback rallentato della festa di Capodanno per agenti e famiglie in un ufficio dei Servizi, un po’ “Impiegati” di Pupi Avati e un po’ “Danza della vita” di Munch. Lo spettatore si intriga nel gioco di sguardi obliqui che passano tra i vari protagonisti, sguardi che dicono senza dire di segreti e ambiguita’ inconfessabili.

Grande film di regia, cui ti puoi affidare senza bisogno di capire, perche’ l’unico modo per recepirne il significato sta nel sentire.

Grande film di regia la cui persistente tensione viene “solo” dalla potenza sotterranea di sequenze statiche ma intrise di vibrazioni alla Hitchcock e di malinconie alla Eastwood.

Grande film di regia perche’ la sensibilita’ di Alfredson, supportata dalla presenza scenica sempre sottotraccia di Gary Oldman e dalla struggente fotogafia a tinte livide di van Haytema, sa lasciare quello che solo una grande regia sa lasciare allo spettatore: un’atmosfera che per un attimo, nel ricordo, cancella tutto cio’ che non stava dentro quello schermo.

Per gli appassionati del genere, le atmosfere intimistiche del film sopra presentato si sposano benissimo col romanzo intitolato 'The Polish Week', che Portia Publishing pubblichera’ nell’agosto 2012.

Luca Zoppi

 

 

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