18th October 2012

Detachment/Il Distacco

(Tony Kaye – U.S.A. 2012) 

Henry Barthes: supplente di letteratura che ha scelto di essere supplente per non affezionarsi troppo agli studenti e mantenere il giusto distacco dalle cose…

Inviato presso la high school di un’area problematica di una citta’ americana, si ritrova a muoversi tra colleghi disorientati, disillusi e privatamente infelici, studenti carichi di ogni tipo di problema personale, familiare e sociale e genitori latitanti.

Le sue infiammate ed atipiche lezioni gli guadagnano il rispetto di tutta la sua ostica classe di ragazzi perennemente in bilico, nonche’ l’infatuazione di una alunna che sfocera’ in esiti imprevedibili.

Parallelamente al lavoro quotidiano, Henry si prende cura di una prostituta minorenne, che accogliera’ in casa propria, e accompagna fino alla morte il nonno ormai demente, che e’ probabilmente la causa del suicidio compiuto da sua figlia, madre di Henry, quando lui era ancora un bambino.

In questa “selva oscura” della propria vita, Henry sembra muoversi cercando distacco, ma anche poesia.

Ma sceneggiatura, sequenze, inquadrature, montaggio e miscela mediatica (alternanza di colore e virature cromatiche, di rallentatore ed acceleratore, di animazione, fiction e docu-fiction) finiscono con lo schiacciare lo spettatore per sovraccarico espressivo.

Sovraccarico che si registra, peraltro, anche sul piano emotivo. Infatti, il distacco evocato dal titolo non viene mai calato nell’opera come elemento dialettico e di “igienico dubbio” rispetto alla predisposizione del protagonista, che, lungi dal provare a praticare il distacco teorizzato, si butta a capofitto nei drammatici vortici della propria esistenza dolorosa senza nulla rispiarmiarsi.

Questo sovraccarico contenutistico ed estetico viene inoltre offerto allo spettatore escludendo programmaticamente ogni forma di ironia e di alleggerimento. Ma, mentre la tragicita’ granitica puo’ appartenere alla vita, al cinema finisce col risultare artificiale. Sceneggiatore e regista sembrano essersi fatti prendere la mano in un’operazione pensata troppo a tavolino per distillare disperazione e tragedia (nonostante una sequenza finale consolatoria) e, in conseguenza di questa vocazione a spingere il piede sull’accelleratore, l’impostazione artificiale si fa film artificioso.

Peccato che l’indubitabile talento registico di Tony Kaye (gia’ cosi’ potente nel far compenetrare intensita’ artistica e sensibilita’ sociale in American History X) si lasci  “travolgere” dalla magniloquenza di un film tirato allo spasimo e costruito sull’eccesso, cosi’ che quel che colpisce positivamente non e’ il film nel suo complesso, ma i suoi picchi drammatici ed estetici.

Picchi drammatici quali l’interpretazione regalata da Adrian Brody, perfetta incarnazione dell’eroe romantico sofferente e disadattato, mai schiacciato, al contrario del film e del pubblico – come dicevamo sopra -, dalle molte zavorre di questo lavoro.

E picchi estetici quale la stralunata sequenza finale, in cui, sulla lettura di un passo de La casa degli Usher di E.A. Poe, la scuola si trasforma in un grigio luogo abbandonato e devastato, sommerso dalle foglie secche portate dal vento. Sequenza che, fosse stata un cortometraggio autonomo, avrebbe fatto incetta di qualsiasi premio per intensita’, poesia e bellezza visionaria.

Luca Zoppi

 

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