24th February 2013

Qualcosa nell’aria / Apres mai

(Olivier Assayas – Francia 2012

“Io vivo nella mia immaginazione. La realta’ bussa alla porta, ma io non apro”.

E’ forse questa dichiarazione di Gilles, personaggio principale del film, la chiave di lettura delle vicende individuali e collettive di un gruppo di giovani rampolli di agiate famiglie borghesi che, nella Parigi dei primi Anni Settanta, nei due anni a cavallo della maturita’ liceale, cercano la propria strada tra contestazione e violenza politiche, viaggi e fughe, sesso e droga, arte e lavoro, arrivando perfino a lambire la lotta armata.

Una chiave di lettura - si diceva – che arriva pero’ dopo novanta minuti e prima dell’ultima mezz’ora di film, dando idea della possibile prospettiva in cui il regista/soggettista/sceneggiatore ha guardato all’epopea generazionale di tutti quegli adolescenti che si sono avvicendati sullo schermo.

Gia’, perche’ prima della fatidica sentenza, i vari travagli e drammi sono stati presentati in un clima di rarefazione in cui i giovani personaggi si sono mossi con quell’attonita inespressivita’ che tanto piace al cinema francese colto da Bresson in poi.

I protagonisti riflettono sul coma provocato a un “fascista” da loro aggredito con la stessa emotivita’ con cui fissano uno scarabocchio su un foglio bianco. Ogni loro azione estrema viene guardata con occhio e cuore spenti e le scelte di vita mettono in moto nei protagonisti un coivolgimento non superiore alla scelta di cosa prendere per colazione. Anche il contatto con la morte si verifica al di fuori di ogni dimensione drammatica, sia dal punto di vista sentimentale che di stile cinematografico.

Il riferimento ad una vita che si svolge nell’immaginazione rimanda dunque ad una dimensione onirica, che rende conto delle molte sequenze astratte dal contatto con il mondo e girate in location popolate soltanto dai protagonisti e da personaggi a loro funzionali. Diventa chiaro che ci si trova di fronte ad una riflessione sulla cultura del  post-’68, che sembrava dovesse cambiare tutto e che invece non riesce neppure a dare la spinta ai suoi attuatori.

Tutti quei giovani che vagano sullo schermo da un luogo all’altro, da un’esperienza all’altra sono creature fragili che non sanno individuare una via efficace per migliorare se stessi e cio’ che li circonda, che si tratti della famiglia o del mondo del lavoro degli adulti.

Creature fragili. Eroi fragili che tuttavia, nonostante vivano l’eta’ piu’ tenera della vita, non riescono a conquistare la solidarieta’ dello spettatore a causa di una scelta registica che trasforma momenti potenzialmente drammatici e vibranti, persino nella disposizione degli attori sul set, in estetizzanti (ed irritanti) spot pubblicitari.

Tanti giovani smarriti avrebbero meritato un trattamento diverso da quello di essere trasformati in esangui maschere messe in posa per pronunciare slogan altrettanto esangui.

Il cinema e’ una macchina meravigliosa che permette allo spettatore, attraverso il linguaggio espressivo scelto dal cineasta, di entrare in contatto con le emozioni, le storie e la visione di un artista in mille ed irreplicabili maniere.

La pecca di questo film e’ quella di aver scelto invece uno stile fatto per tenere lo spettatore lontano da tutto questo, perso, come i personaggi, in una dimensione che, emozionalmente, non appartiene a nessuno.

Luca Zoppi

 

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