7th April 2013

La scelta di Barbara

(Christian Petzold – Germania  2012) 

1980. Barbara, dottoressa invisa al regime comunista della Germania Est, viene punita col trasferimento dal piu’ prestigioso ospedale di Berlino ad un piccolo ospedale di campagna sulle coste del Mar Baltico.

Costantemente controllata dalla polizia, si presenta subito chiusa, distaccata, ostile a contatti amichevoli con i colleghi e, dopo i turni di lavoro, si rifugia velocemente nell’appartamento messole a disposizione dal Partito-Stato nel locale paesino.

Tanta circospezione – si scopre poi – e’ dovuta al fatto che il suo amante berlinese sta preparando per lei la fuga all’estero. Ma, in seguito, la dottoressa si fa intrigare dal rapporto che sviluppa con il collega Andre e con due giovani pazienti: questo la spingera’ verso una decisione inaspettata…

Sulla locandina del film campeggia un commento apparso su Der Spiegel: “Le vite degli altri, piu’ intimo, piu’ forte”. In effetti, e’ difficile evitare il parallelismo col film di von Donnersmarck, anch’esso incentrato sullo spionaggio ai danni di potenziali nemici interni del regime tedesco-orientale. Ma il confronto non sembra premiare La scelta di Barbara nella direzione suggerita da Der Spiegel.

Infatti, Le vite degli altri dipingeva, attraverso il punto di vista di una anonima spia, una serie di personaggi di primo piano, appartenenti al mondo della politica e della cultura, che si muovevano sullo sfondo di una Berlino vibrante e animata da un conflitto epico, per quanto sotterraneo, tra una tirannia ossessiva e in declino e i fermenti nascosti di una nascente voglia di liberta’. Cio’ bastava a conferire al film una pulsione di forza viscerale, inquietante e destinata a sfociare in una catarsi tragica.

Anche sul piano dell’intimita’ dei personaggi, Le vite degli altri sapeva scavare in personalita’ complesse ed oscure in dolorosa trasformazione, cogliendone sfumature e contraddizioni con una profondita’ tale da far male.

Niente di tutto questo nel film di Petzold. La scelta di Barbara non risulta affatto essere ne’ piu’ forte, ne’ piu’ intimo. Risulta casomai piu’ intimistico, nel senso che sceglie una ambientazione provinciale, circoscritta e dimessa. E forse questa descrizione di vite “a basso volume” che affondano nell’anonimato rappresenta il valore aggiunto del film. Infatti, quella vita piatta, monotona e senza sussulti, a cui la protagonista e’ forzata ad adeguarsi, diventa efficace metafora dell’omologazione che un regime totalitario cerca di iniettare in ogni piega della societa’.

Il paesaggio apparentemente idilliaco in cui Barbara si trova costretta a muoversi e’ in realta’ una cappa di immobilita’ soffocante. La natura che circonda la protagonista e’ un mostro silenzioso e avvolgente che strozza ogni impeto. Efficacemente emblematiche le sequenze in cui Barbara percorre in bicicletta un sentiero costeggiato da alberi battuti dal vento, che nascondono quel mare in cui la donna dovrebbe trovare la via di fuga. Ebbene, quel mare, significativamente, non si vedra’ fino alla penultima sequenza, quando Barbara dovra’ decidere del proprio destino, affermando in un modo inaspettato un’umanita’ che il regime non ha saputo spezzare.

Non un capolavoro di profondita’, dunque, ma un film sulla resistenza agli sforzi di desertificazione dell’omologazione, solido e ben riuscito, anche grazie alla bravura degli attori, sempre in grado di reggere sulle proprie spalle una sceneggiatura giocata (e rischiata) sulla ripetitivita’.

Luca Zoppi

 

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