23rd February 2014

Nebraska

(Alexander Payne – U.S.A. 2013) 

Un ottantenne con difficolta’ di deambulazione percorre la corsia di emergenza di una autostrada del Montana che attraversa un sito industriale spruzzato di neve.

Cosi’ si presenta in apertura del film il personaggio di Woody Grant. Ha infatti ricevuto una lettera da una azienda di Lincoln, nel Nebraska, che gli comunica la vincita di un milione di dollari, e lui, affetto da un principio di Alzheimer, e’ disposto ad andarsi a prendere quei soldi anche a piedi.

Il simpatetico figlio minore, nonostante le opposizioni della madre e del fratello maggiore, decide di assecondarlo e di accompagnarlo in macchina. Lungo la strada, si fermano presso i fratelli e il parentado di Woody, nella citta’ natale del vecchio protagonista. Tutti quanti - antichi amici e consanguinei - non avendo ancora capito che la vincita e’ solo una bufala, cercano ora di ingraziarsi l’uomo ora di spaventarlo per ottenere parte della sua fortuna.

Il viaggio verso il Nebraska diventa un tuffo nel passato dell’uomo, ex (?) alcolista con qualche debito e con una vita in gran parte sconosciuta al figlio, fatta di piccoli grandi segreti, delusioni, frustrazioni e promesse non mantenute. I due torneranno indietro senza un soldo in piu’, ma resi piu’ vicini da un viaggio tra le luci e le ombre di una vita ripercorsa in flashback, ma anche della coscienza piu’ intima degli U.S.A., nelle pieghe di una provincia immobile e depressa, dove l’unica forma di american dream puo’ consistere in una vincita alla lotteria. Assistiamo ad una lunga processione di anziani acciaccati e giovani senza qualita’ e senza prospettive, soffocati all’interno di pub in stile country dove bere non e’ passare ne’ ammazzare il tempo, ma e’ ammazzare la propria anima, anestetizzandola per non essere consapevoli della propria consunzione, della malattia interiore che, se in Woody si manifesta evidente nella demenza senile, e’ pero’ comunque invisibilmente dentro tutti quanti.

Ogni inquadratura diventa cosi’ un quadro della silenziosa disperazione della provincia asfittica dipinta da Edward Hopper, che il bianco e nero trasforma pero’ nelle ballate dell’album Nebraska di Bruce Springsteen, popolate di un’umanita’ povera di denaro e di spirito, primitiva, quasi bestiale eppure tenera nella sua sofferenza sorda.

Gia’, come non parlare del bianco e nero di Payne, che trasforma i campi lunghi sui paesaggi innevati e gli squallidi interni familiari in poesia malinconica, che neppure i dialoghi ironici e surreali riescono a consolare? E come non parlare della straordinaria prova d’attore di Bruce Dern, vecchio leone di tanto cinema americano alternativo e crepuscolare, proprio come questo film? Un film che, nella sapienza registica di Payne, riesce a scaldare il cuore nonostante la desolazione delle situazioni.

Ancora una volta, come e’ successo con Sideways, Payne ci porta sui sentieri secondari e nascosti dell’Impero, dove i lustrini del consumismo e della vita al massimo non sono mai arrivati, dove tutto sembra essere sempre stato sopravvivenza e staticita’. Ma dove un gesto di compassione e di comprensione possono fare la differenza, anche se non sapresti spiegarla.

E, tutto questo, regista, soggettista e sceneggiatori riescono a trasmettercelo senza esibizioni in 3D o manomissioni al computer, semplicemente grazie all’idea di dipingere un’umanita’ dolente spesso dimenticata, ma che ancora esiste, e alla capacita’ di capire quello che una telecamea puo’ catturare.

Luca Zoppi

 

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