2nd November 2014

Anime Nere

(Francesco Munzi – Italia 2014)

Il cinema italiano (ma non solo) ci ha abituati a film sulla mafia siciliana e sulla camorra campana, ma si è molto meno impegnato sulla 'nadrangheta calabrese. Ebbene, Anime nere di Francesco Munzi, adattamento per lo schermo dell'omonimo romanzo del calabrese Giuseppe Criaco, riempie eccellentemente questa lacuna. Eccellentemente e molto originalmente.

Infatti, se i film italiani di mafia e camorra hanno sempre puntato sugli intrecci perversi tra potere criminale, politico ed economico sul filo del genere poliziesco e thriller, Anime nere mette sullo schermo una tragedia di canone classico che porta all'emersione del cuore di tenebra che si annida in tutti quanti i protagonisti.

La vicenda ruota intorno a tre fratelli originari dell'Aspromonte, resi orfani dall'uccisione violenta del padre in una faccenda mai chiarita di rivalità criminali. Il più anziano, Luciano, vive ancora in un casolare dell'Aspromonte, dedito ad un sogno arcaico di vita da pastore, lontano dalla sporcizia e dalle tentazioni della modernità. Invece, gli altri due, Rocco e Luigi, vivono a Milano e sono a capo di un'organizzazione criminale con diramazioni internazionali. Una violenta bravata del figlio ventenne di Luciano, Leo, che aspira ad una vita da boss malavitoso, riporta Rocco e Luigi in Aspromonte, per fare quello che “si deve fare”.

Da quel momento, una spirale di morte inghiottirà la famiglia, spingendola verso esiti insieme prevedibili ed inimmaginabili.

L'originalità del film, si diceva. Le prime sequenze ci descrivono, in stile “malavita del terzo millennio”, i loschi affari di Rocco e Luigi su uno scenario tipicamente globale che va da Amsterdam, alla Colombia, a Milano. Ma non appena i due boss fanno ritorno in Aspromonte, ogni traccia di attualità scompare e la storia si colora della primitiva ed irrisolta anima nera dei protagonisti e del loro mondo. Non c'è più spazio per gli interessi economici e la bramosia del potere. Gli snodi narrativi, i personaggi comprimari, i nessi causali sono funzionali esclusivamente alla messa in scena della tragedia senza tempo di una stirpe malata, condannata all'inferno in vita dalla condivisione dello stesso sangue maledetto, come l'Agamennone e l'Oreste di Eschilo.

E non mancano, appunto, le allusioni alla tragedia greca, come le greggi di capre e i paesaggi rocciosi dal sapore omerico o il coro di donne in lutto.

Impossibile, poi, non rimanere soggiogati dalle atmosfere insieme realistiche e simboliche del paese-fantasma accanto al quale vive la famiglia di Luciano, fantasma che emana presagi di morte e il senso di fine del suo sogno arcaico di pastore. O dalla viratura al grigio e al nero della fotografia.

Qualcuno ha detto che l'opera richiama il realismo decadente di Luchino Visconti ed è probabilmente così. Ma, inaspettatamente, rimanda forse di più ad alcuni “film di mafia” americani quali Mean streets di Scorsese e Fratelli di Ferrara, con la sua insistenza sul conflitto tra Bene e Male che deflagra in quegli animi così segnati da un'ancestrale cultura tribale soffocata da riti di sangue e che sembra invocare un gesto a spezzare la catena di morte. Solo che, quando quel gesto arriva, non sa portare che altra morte...

Senza questa disperata dimensione psicanalitica, Anime nere poteva essere l'ennesimo film sulla criminalità organizzata di stampo sociologico. Ma, col suo grido di dolore e crudeltà, diventa qualcosa di più: un'invocazione etica che chiama una cultura di morte a mettersi in discussione in nome di un'umanità schiacciata dal proprio destino, anche se non ne è pienamente consapevole.

Luca Zoppi


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