9th March 2015

Gemma Bovery

(Anne Fontaine – Francia, 2014)

Indubitabilmente, un film che sa d'antico. Sarà l'ambientazione raccolta ed intima della provincia più profonda, saranno i ritmi lenti e ripetitivi, sarà la (quasi) assenza di tecnologia. Sarà, soprattutto e sicuramente, il fatto che l'ispirazione venga da Madame Bovary, romanzo-capolavoro di metà '800 di Gustave Flaubert. Ed ecco spiegati i sapori retrò di un film che sembra riportarci cinematograficamente indietro di trenta-quarant'anni, facendoci ripensare all'ultimo capolavoro di Truffaut, cioè l'epocale La signora della porta accanto, che viene qui ammantato di una veste insieme colta e aggraziata che le deriva dall'accostamento con la letteratura.

La vicenda ci viene presentata dal punto di vista di Martin, un parigino ultracinquantenne che ha rinunciato ad una mediocre carriera accademica e letteraria per andare a stabilirsi in un paese nel cuore della Normandia rurale e riaprire la panetteria di famiglia. Qui tira avanti da dieci anni un'insoddisfacente routine con la moglie e il figlio, fatta di giorni tutti uguali e privi di slancio. Sennonchè, un bel giorno si trasferisce nella villetta accanto alla sua una coppia più giovane di inglesi: Charles e Gemma Bovery. Il suono dei nomi risveglia in Martin le fantasie letterarie legate al suo amato capolavoro flaubertiano, Madame Bovary, spingendolo a calarsi nel ruolo di scrittore-regista di “vita reale”, al fine di salvare la bella Gemma dal tragico destino toccato alla Emma del libro, vittima della noia e di una vita sentimentale illecita. Ma la giovane inglese non ha letto il romanzo e non mostra interesse ad essere salvata dal proprio disinibito stile di vita...

L'idea di fondo è in sè accattivante: far rivivere una tragica eroina ottocentesca in una giovane donna dei nostri tempi, con quelle discrepanze che aiutano a misurare il passare del tempo tra (l'altro) ieri ed oggi e che si aprono tra le familiari (per quanto devastanti) emozioni di un rifugio letterario e l'imprevedibilità della realtà.

Gemma non è una vittima che contribuisce alla propria distruzione come Emma Bovary, bensì una sorta di ninfa pagana che, là dove passa, accende la passione e le fantasie dei molti uomini che incrocia, spesso volendolo, spesso no, ma comunque sempre ben determinata nel perseguire i propri obiettivi di appagamento (anche se non comportano la felicità).

Sarebbe stato facile farsi prendere dalla morbosità e scivolare in quei film d'erotismo pseudo-ideologico alla Borowczyk. Ma la regista sa evitare la trappola, disegnando un personaggio femminile molto umano e complesso. Ma – e questo è il punto debole del film – i personaggi maschili che la attorniano restano al livello di comparse non delineate. Di conseguenza, che l'effetto sia voluto o meno, il quadro complessivo perde in spessore e la protagonista, priva di “antagonisti emotivi”, si ritrova talvolta a muoversi negli idilliaci e sensuosi quadri della campagna francese senza altro scopo che mostrare se stessa. Anche il tentativo di recupero, pressochè simbolico, dei personaggi maschili, nell'inaspettato finale, risulta poco incisivo.

Resta, di questo lavoro, la piacevole sensazione di essere davanti ad un cinema che crede ancora possibile non dover ricorrere ai ritmi serrati e frenetici a tutti i costi dei film “metropolitani” e “digitali”. E resta dentro, umanamente, quel sentimento agrodolce che avvolge quando ci si ferma a riflettere sul groviglio interiore che la vita vissuta è “condannata” ad essere e contro il quale nessun mondo letterario, immaginario e parallelo può essere l'antidoto che impedisce di soffrire.

Sicchè, non resta poi così poco, tutto sommato...

Luca Zoppi

 

 

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