23rd June 2015

Vulcano

(Jayro Bustamante – Guatemala/Francia 2015)

Sarebbe fin troppo facile definire questo lavoro come un docu-fiction o un film di impegno sociale. E' infatti ambientato in una remota comunità maya degli altopiani guatemaltechi, ed ha per protagonista Maria, una giovane che, con i suoi famigliari, come molti membri della comunità, sopravvive in un capanno privo di ogni risorsa, sfruttata dai proprietari di una piantagione di caffè, in lotta con una natura ostile e resa pericolosa dai serpenti velenosi che infestano la giungla e dalla minaccia del vicino vulcano.

Maria è stata promessa in sposa ad un “caporale” della piantagione, Ignacio. Ma, seppur analfabeta e capace di parlare soltantonto la lingua della propria etnia, vorrebbe fuggire negli U.S.A. col giovane Pepe. Per convincerlo, gli si concede sessualmente e rimane incinta, ma Pepe la abbandona. Maria, con in grembo la bambina di cui non è risucita a disfarsi, viene morsicata da un serpente e portata d'urgenza in un ospedale cittadino. Questo primo, drammatico contatto con la modernità è l'inizio di una sua personale odissea.

Dicevamo: un docu-fiction? No: nonostante il radicamento nella dura realtà quotidiana, il film ha una evidente struttura narrativa, che (pur con parecchia cupezza in più) richiama nelle tematiche e nelle dinamiche i racconti della scrittrice messicana Angeles Mastretta.

Ancora: un film di impegno sociale? Neppure! E' vero che siamo in presenza di una “denuncia” dello stato di indigenza e schiavitù in cui troppi esseri umani ancora vivono, della intollerabile condizione femminile nel Sud del mondo, della persistente inconciliabilità fra “tradizione” e “progresso”. Ma c'è di più, e lo si rileva nel trattamento artistico che il regista fa del soggetto.

Intanto, l'affresco della realtà sociale e geografica che circonda i protagonisti, per quanto chiara e presente fin dall'inizio, sembra quasi “evocata” attraverso il personaggio di Maria, che domina lo schermo nei suoi onnipresenti primi piani, assumendo una dimensione ieratica. Quando si allarga il campo, a mostrare l'ambiente circostante, ci ritroviamo generalmente in presenza delle pendici del vulcano o della giungla, molto più che della piantagione e del villaggio, due location - queste ultime - che dovrebbero comunicare meglio di ogni altra il “messaggio sociale”.

Il vulcano che minaccia l'esplosione e la giungla popolata dai serpenti sembrano il simbolo di un universo nemico degli esseri umani, che ammonisce dal deviare da uno stile di vita ancestrale per andare a cercare una incerta felicità nella modernità. Per non parlare poi dei simbolismi insiti nel nome della protagonista, nella sua gravidanza, nell'oscuro ruolo giocato dal serpente...

Del resto, il simbolismo del film, che trascende gli aspetti più concreti della vicenda, sono ravvisabili anche nei richiami cinematografici che il film attiva.

Le pendici fumanti e livide del vulcano non possono non far pensare al deserto in cui il Diavolo tenta il Gesù di Pasolini. Così come al Pasolini della Trilogia della Vita fanno pensare  la scelta di attori non professionisti, la lentezza narrativa, i primi piani strettissimi sui protagonisti del film e di una cultura arcaica, inquinata dal miraggio della modernità e del benessere.

Questa pluralità di piani all'interno di un'apparente chiave di lettura immediata, arrichita dalla grande prova dell'attrice protagonista (Marìa Mercedes Croy), capace di passare dalla fissità della maschera tribale alla mobilità espressiva di una ragazza qualsiasi, rendono questo film, vincitore dell'Orso d'Argento all'ultimo festival di Berlino, una delle opere più originali in circolazione. E, per fortuna, anche in Italia qualcuno ha avuto il coraggio di portarlo al pubblico, nonostante la distanza dai gusti cinematografici più diffusi.

Luca Zoppi

 

 

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